Archivio mensile:Febbraio 2026

isole di plastica negli oceani

Il Mediterraneo è il mare più inquinato dalle microplastiche: un gruppo di scienzati proverà a prevedere il suo futuro

Il Mediterraneo è il mare più inquinato al mondo a causa dell’alta presenza di microplastiche. Un nuovo modello previsionale aiuterà a individuare le aree più vulnerabili e studiare gli effetti delle microplastiche sugli ecosistemi.

Il Mediterraneo è il nostro mare, quello in cui amiamo tuffarci nelle giornate più calde. Anche quello da cui peschiamo le specie ittiche che finiscono nei nostri piatti. Un mare che non è solo una lunga distesa di acqua azzurra, ma fonte di vita. Un bacino che dovremmo proteggere e preservare dagli attacchi dell’inquinamento atmosferico.

Il Mediterraneo rappresenta solo l’1 dell’acqua marina globale, eppure in esso è concentrato il 7% delle microplastiche. Un numero elevatissimo se rapportato all’estensione delle sue acque. La causa dell’alto tasso di concentrazione delle microplastiche è dovuta alla struttura semi-chiusa. Nello specifico si tratta di un bacino stretto, in cui la plastica che entra difficilmente riesce poi ad uscire. Le microplastiche vanno poi a posizionarsi lungo le coste e i fondali, danneggiando le specie marine.

Gli agenti inquinanti contenuti nelle microplastiche possono essere ingerite dalla fauna marina e arrivare fino all’uomo attraverso la catena alimentare.

L’obiettivo della MAESTRI: individuare le aree più vulnerabili

L‘inquinamento dovuto alla presenza delle microplastiche nelle acque marine è uno dei più grandi problemi da affrontare. Come specificato precedentemente le microplastiche trasportano agenti inquinanti e possono raggiungere facilmente la catena alimentare con conseguenze nefaste sulla salute umana. Dunque sarebbe opportuno conoscere le rotte percorse dalle particelle di plastica, oltre che i venti e le correnti che influenzano l’accumulo in alcune aree.

 MAESTRI, acronimo di Modelli previsionali di accumulo di microplastiche in aree marine costiere, effetti sulla biodiversità e strategie per ridurre l’inquinamento è un progetto ideato dall’Università di Palermo che studia gli spostamenti delle microplastiche e i loro effetti sulle acque salate. MAESTRI svilupperà il primo modello previsionale di accumulo delle particelle plastiche nel Mediterraneo. Il nuovo modello riuscirà a prevedere la distribuzione delle microplastiche nel corso dei prossimi dieci anni. Dunque sarà possibile identificare le aree più vulnerabili per poi capire le cause dell’accumulo. Saranno raccolti dati per l’analisi specifica attraverso droni e strumenti di alta tecnologia. Un progetto che permette di guardare al futuro e comprendere lo stato di salute del nostro mare. In questo modo sarà possire intervenire nelle aree in cui è presente una maggiore concentrazione di particelle plastiche per provare a salvare la fauna marina dagli agenti tossici da esse rilasciate.

Le foreste italiane crescono (e finalmente lo certifichiamo): i dati del Rapporto PEFC 2026

Oltre 1,1 milioni di ettari di bosco gestito in modo sostenibile. Tre nuove regioni nel sistema. E un boom di aziende che scelgono la tracciabilità. Il Rapporto PEFC 2026 è una boccata d’aria fresca — nel senso più letterale possibile.


Quando si parla di foreste, spesso si finisce a ragionare di distruzione: deforestazione, incendi, consumo di suolo. Ci vuole coraggio — e qualche buona notizia — per cambiare prospettiva. Il Rapporto Annuale 2026 di PEFC Italia è esattamente questo: una di quelle notizie che fa piacere leggere, perché i numeri, per una volta, vanno nella direzione giusta.

1,1 milioni di ettari. Lasciamo che il numero faccia il suo effetto.

A fine 2025, in Italia sono 1.124.507 ettari di foresta certificata PEFC — ovvero gestita secondo standard rigorosi di sostenibilità, con audit indipendenti, tutela della biodiversità e rispetto degli ecosistemi. Rispetto all’anno precedente, la superficie è cresciuta di 63.447 ettari, un +6% che non è solo una statistica: è territorio reale, boschi reali, alberi reali che vengono protetti e valorizzati con metodo.

Per chi non conosce PEFC (Programme for the Endorsement of Forest Certification schemes), si tratta del principale sistema internazionale di certificazione forestale. In pratica, garantisce che il legno, la carta e i prodotti che derivano da una foresta certificata provengano da una gestione che rispetta l’ambiente, le comunità locali e le generazioni future. Un po’ come la certificazione biologica per il cibo — ma per i boschi.

Il Sud entra in gioco: Campania, Puglia e Molise fanno il loro ingresso

Una delle notizie più belle del Rapporto 2026 riguarda il Mezzogiorno. Per la prima volta, tre regioni del Sud Italia sono entrate nel sistema di certificazione forestale PEFC: Campania, Puglia e Molise. Non si tratta di grandi numeri iniziali — si parla di qualche migliaio di ettari in totale — ma il significato è importante.

Il sistema si estende. La cultura della gestione forestale sostenibile scende verso Sud, dove i boschi esistono, hanno valore, e meritano lo stesso livello di attenzione e cura che si riserva alle grandi foreste alpine. È un inizio, e gli inizi vanno celebrati.

A Nord, nel frattempo, il Trentino-Alto Adige si conferma capofila con quasi 600.000 ettari certificati, seguito da Piemonte (che scala la classifica superando il Friuli-Venezia Giulia) e Friuli-Venezia Giulia. Il Centro Italia registra una spinta particolarmente significativa.

Le foreste non producono solo legno: i servizi ecosistemici certificati raddoppiano

Questa è forse la parte del Rapporto che, da appassionati di ambiente, ci emoziona di più. Nel 2025, la superficie coperta da certificazioni PEFC per i servizi ecosistemici ha praticamente raddoppiato, arrivando a quasi 55.000 ettari.

Cosa vuol dire in concreto? Significa che sempre più foreste vengono riconosciute e valorizzate non solo per il legno che producono, ma per tutto quello che fanno silenziosamente ogni giorno: assorbire carbonio, proteggere la biodiversità, offrire spazi di benessere e turismo responsabile. Le certificazioni attive riguardano funzione climatica (22 certificazioni), turismo (8), benessere in foresta (4) e tutela della biodiversità (3).

È un cambio di paradigma culturale oltre che tecnico: il bosco non è solo una risorsa da sfruttare, ma un ecosistema da proteggere e far conoscere. E ora lo possiamo dimostrare, dati alla mano.

Le aziende ci credono: +11,5% di imprese certificate

Non è solo una questione di boschi e territori. La sostenibilità deve attraversare tutta la filiera, dall’albero al prodotto finito. E anche qui i dati parlano chiaro: nel 2025 sono 183 le nuove aziende che hanno ottenuto la certificazione di Catena di Custodia PEFC, portando il totale a 1.735 imprese. Un incremento dell’11,5% che rappresenta il secondo miglior risultato di sempre in un singolo anno.

Edilizia, infissi, imballaggi, carta, energia da biomasse: i settori coinvolti sono diversi, e la crescita è trasversale. Particolarmente significativo il balzo delle aziende che producono energia da legno e materiale cellulosico, cresciute dell’85,7%. Un segnale che la transizione energetica e la gestione forestale sostenibile stanno cominciando a parlarsi sul serio.

Perché questa notizia ci riguarda tutti

Comprare un quaderno, scegliere un pavimento in legno, portare i bambini in un bosco gestito responsabilmente: ogni scelta di consumo può sostenere — o minare — questo sistema. La certificazione PEFC esiste per rendere queste scelte possibili e verificabili.

Come sottolinea Marco Bussone, Presidente di PEFC Italia, ora serve passare dalle certificazioni all’uso concreto: il legno certificato italiano deve essere scelto, acquistato, valorizzato. Ridurre le importazioni di materiale non certificato dall’estero è il passo successivo, quello che trasforma i numeri di un rapporto in impatto reale sul pianeta.

Nel frattempo, possiamo iniziare da qui: imparare a riconoscere il marchio PEFC quando lo vediamo su un prodotto. È un piccolo gesto, ma i boschi — e i dati — ci dicono che funziona.

Stop alla carne di cavallo: la proposta di legge in Senato per fermare la macellazione

In Italia il consumo di carne equina è in calo. In tanti considerano gli equidi animali da compagnia; pertanto è stata presentata in Senato una proposta di legge che ne vieta la macellazione.

L’Italia è un Paese con un patrimonio enogastronomico inestimabile. La tradizione culinaria italiana vanta piatti prelibati, che raccontano la storia del territorio. Nello scrigno prezioso della tradizione gastronomica del Belpaese vanno annoverate anche pietanze a base di carne di cavallo. La pastissada veronese, i pezzetti salentini, le polpette catanesi sono solo alcuni dei gustosi e succulenti piatti realizzati con carne equina. Sebbene rappresentino la storia del territorio, il consumo di questi cibi è in netta diminuzione. Nel corso degli ultimi anni, complice una maggiore sensibilità nei confronti degli animali, tanti italiani hanno iniziato a consumare sempre meno carne equina.

La proposta di legge: vietare la macellazione della carne di cavallo

In un momento storico in cui il consumo della carne sta diminuendo, mangiare pietanze a base di carne di cavallo appare alquanto anacronistico. E in un contesto del genere le deputate Susanna Cerchi(M5s) e Luana Zanella (Avs) hanno compreso che fosse arrivato il momento proficuo per avanzare una proposta di legge innovativa: vietare la macellazione degli equidi.

Il focus principale è il riconoscimento per cavalli,pony, muli, bardotti e asini dello status di animali di affezione, ponendoli sullo stesso piano dei cani e gatti. Se la proposta venisse accettata sarebbe vietato qualsiasi uso per la produzione alimentare.

L’inchiesta di Animal Equality

L’idea è arrivata contemporaneamente ad un’inchiesta di Animal Equality, che ha posto l’attenzione sulla condizione dei macelli. L’associazione ha captato, tramite telecamere nascoste, immagini di torture e maltrattamenti ad danni degli animali in un macello equino situato in Emilia Romagna.

Già nel 2023 Animal Equality aveva indetto una petizione al Governo con ben 247mila firme per bloccare la macellazione degli equidi in Italia.

Quanta carne di cavallo consumiamo in Italia

Dunque viene da chiedersi quale sia il rapporto fra gli italiani e la carne di cavallo. Nel nostro Paese solo il 17% della popolazione consuma pietanze derivate dagli equini. I consumatori sono concentrati principalmente in Lombardia, Puglia, Emilia Romagna e Sicilia. In tanti dichiarano di non mangiarla per ragioni legate al rapporto con l’animale, percepito appunto come un animale da compagnia.

Nonostante i dati di consumo in calo, l’Italia resta ai primi posti in Italia per consumo di carne di cavallo. Dunque l’eventuale divieto andrebbe a colpire solo una parte di popolazione, ma potrebbe aiutare gli animali e l’ambiente.

L’Arco degli Innamorati è crollato sotto il peso dei cambiamenti climatici e della cattiva gestione del territorio

La lunga ondata di maltempo che si sta abbattendo sul Sud Italia ha causato un nuovo danno. L’Arco di Sant’Andrea a Melendugno nel Salento è crollato la sera del 14 febbraio.

Terra del sole, del mare, del vento, del buon cibo e di paesaggi mozzafiato: la Puglia è una delle regioni più belle della Penisola. Nel Salento si susseguono spiagge dalla sabbia dorata e dalle acque cristalline, che attirano ogni anno milioni di visitatori. Melendugno è una delle perle del Salento, con il suo Arco di Sant’Andrea, conosciuto come l’Arco degli Innamorati. Un ponte roccioso, innalzato sul mare turchese, che dava vita ad uno scenario suggestivo.

La sera della Festa degli innamorati, l’Arco degli Innamorati è crollato. Quella meraviglia conosciuta ed apprezzata in tutto il mondo non esiste più. La roccia si è sbriciolata, cadendo pezzo a pezzo nell’ acqua salmastra.

Le cause del crollo

Una violenta ondata di maltempo ha messo in ginocchio tutto il Mezzogiorno. Da settimane le regioni meridionali stanno facendo i conti con temporali caratterizzati da pioggia incessante e raffiche di vento. Mareggiate e piogge copiose si sono abbattute anche sulla Puglia, colpendo uno dei tratti di costa più belli della regione.

Il crollo dell’Arco di Melendugno è stato causato dall’eccessiva quantità di pioggia e dalla veemenza delle mareggiate, che hanno erosa la roccia. Un grave danno non solo turistico, ma in primis paesaggistico. Una catastrofe generata dal cambiamento climatico, unito alla cattiva gestione del territorio.

Le parole del sindaco e dell’assessore al turismo

Dinanzi ad una tragedia del genere, gli esponenti del mondo della politica non potevano non esprimere parole di rammarico per l’accaduto. “Un colpo al cuore” afferma Maurizio Cisternino, sindaco di Melendugno. “È come un funerale” aggiunge l’assessore al turismo Francesco Stella.

Tanti i cittadini curiosi che si sono recati sul posto per vedere dal vivo la parte di costa crollata. La presenza di tante persone, tuttavia, sta rallentando il lavoro della Polizia locale e della Protezione civile.

Il progetto per contrastare l’erosione delle coste

Il Comune di Melendugno è uno dei pochi ad aver studiato un piano per contrastare l’erosione costiera. Il progetto di quattro milioni e mezzo è stato presentato alla Regione, che lo ha ritenuto ammissibile. Tuttavia nonostante l’ok della Regione, la misura non è stata finanziata per mancanza di fondi.

Niscemi, il geologo Casagli: “Siamo di fronte a un fenomeno di dimensioni colossali, ma può rallentare”

Il geologo Nicola Casagli ha esaminato la frana di Niscemi, valutando le cause e gli effetti.

La frana di Niscemi ha sconvolto il Paese, costringendo l’Italia a fare i conti con gli effetti innegabili dei cambiamenti climatici. Nello specifico va spiegato che Niscemi sorge su un territorio particolare dal punto di vista geologico. La struttura complessa e fragile, unita alle piogge copiose e incessanti degli ultimi giorni di gennaio hanno dato vita ad evento franoso di proporzioni elevate.

La struttura di Niscemi è caratterizzata da un altopiano sabbioso che sovrasta terreni argillosi. Un’area così particolare ha bisogno di attenzione e manutenzione continua.

La dinamica dell’evento

Nicola Casagli, geologo e docente all’Università di Firenze, ha sorvegliato l’area subito dopo la frana per cercare di capire la dinamica. “La frana è formata da più corpi che si sono fusi insieme, riattivando fronti già noti. Si è creata una scarpata altissima nelle sabbie: queste pareti restano verticali finché sono umide, ma quando si asciugano o piove troppo, si disfano” spiega Casagli.

In questo contesto le sabbie giocano un ruolo fondamentale: finché queste riescono a mantenere l’umidità sono in grado di restare stabili, ma se si impregnano d’acqua cedono.

Il problema delle infrastrutture

Stando alle dichiarazioni di Casagli, questo disastro non è stato causato dal cambiamento climatico. Difatti ci sono dei precedenti che risalgano appunto al 1778, 1790 e 1997. Sicuramente l’eccessivo flusso pluviale ha contribuito al cedimento. Il problema fondamentale risiede nell’opera antropica e nelle infrastrutture. In un territorio geologicamente complesso occorre monitorare con più attenzione gli acquedotti. Il centro abitato, infatti, perde acqua dalle reti acquedottistiche, che non risultano adeguate.

La necessità di intervenire

La frana di Niscemi, pur essendo di grandi proporzioni, può rallentare. Affinché questo accada è necessario intervenire con misure di messa in sicurezza adeguate. I progetti di protezione idrogeologica ci sono ma non sono mai stati messi in atto. I cittadini devono fare pressione sulla macchina politica per richiedere opere di messa in sicurezza del territorio. La politica deve tornare al occuparsi dei territori e della popolazione, garantendo interventi mirati alla protezione della comunità.

La catastrofe di Niscemi ha acceso un’onda emotiva che non deve spegnersi in poche settimane. Un evento franoso di tale proporzioni ha fatto capire agli italiani quanto sia compromesso il quadro idrogeologico del nostro Paese.

Stop al fast fashion: l’Ue vieta all’aziende di distruggere i vestiti nuovi invenduti

Il fast fashion è fra le principali cause di inquinamento ambientale. La riduzione degli sprechi aiuterebbe a diminuire l’impatto ambientale.

Lo shopping è uno dei più grandi piaceri della vita. Acquistare capi d’abbigliamento ed accessori è una sensazione che trasmette gioia ed emozioni positive. Tuttavia nel momento in cui si sceglie di comprare un determinato indumento bisognerebbe dapprima porsi alcune domande. Lo shopping non dovrebbe mai essere legato alle tendenze del momento, e men che meno al fast fashion. Acquistare abiti di qualità e di ottima fattura è un investimento che dura nel tempo; acquistare vestiti o accessori a prezzi bassi ma di scarsa qualità non è la scelta vincente.

I danni del fast fashion

C’è il fast fashion? Moda veloce, a basso costo, destinata a non durare nel tempo. Capi d’abbigliamento realizzati seguendo le tendenze e con materiali scadenti. Sono tanti i brand e le catene di negozi di abbigliamento che optano per una politica dei prezzi bassa, realizzando indumenti di pessima fattura. L’acquirente, spinto dal desiderio irrefrenabile di avere in armadio il capo del momento, acquista senza riflettere e senza interrogarsi sulla reale utilità di quel prodotto.

Lo shopping dovrebbe essere fatto lentamente e con consapevolezza. Così come gli indumenti dovrebbero essere realizzati con cura ed attenzione. La moda richiede tempo, e per questo motivo la locuzione”fast fashion” non dovrebbe essere contemplata in un settore in cui la velocità non è certo un fattore positivo.

I vestiti invenduti

Il fast fashion non è un problema che riguarda solo la merce venduta, che dopo tempo finisce nei cassonetti perché non più di tendenza o magari già lisa. Il problema risiede nella quantità di merce invenduta, che viene eliminata prima ancora di raggiungere il consumatore. Ogni capo distrutto, però, è stato realizzato utilizzando acqua, energia e materie prime. Sprecando un indumento si sprecano in primis risorse naturali che non sono inesauribili.

Il fenomeno dipende dalla sovrapproduzione tipica del fast fashion, in cui vengono realizzati troppi capi, che non sempre riescono ad essere venduti. In Germania, ad esempio, la merce resa online non viene rimessa in vendita.

l nuove regole dell’Ue

La crisi climatica richiede un cambiamento di rotta, in cui gli sprechi delle risorse naturali devono essere limitati. Dunque in un’ottica di riduzione dello spreco e delle emissioni di C02, il fast fashion viene visto come un qualcosa da combattere.

L’Ue ha scelto di introdurre delle misure che possano in qualche modo invertire la tendenza. Dal 19 luglio 2026 le aziende di moda operanti in Europa non potranno più distruggere capi, accessori e calzature invendute. Solo in caso di merce danneggiata o altri casi specifici sarà concessa la demolizione dei prodotti.

Inoltre sarà introdotto l’obbligo di trasparenza: le aziende saranno tenute a comunicare la quantità di beni invenduti destinata alla distruzione.

Le potature di febbraio: guida completa, albero per albero

Febbraio è uno dei mesi più importanti per chi possiede un frutteto o semplicemente qualche albero da frutto in giardino.

Il motivo è semplice: gli alberi sono ancora in riposo vegetativo, la linfa non è in movimento e i rami, ormai spogli, permettono di osservare chiaramente la struttura della pianta. È il momento ideale per intervenire con la potatura, senza rischiare di danneggiare eccessivamente i tessuti e con la certezza di stimolare la pianta in vista della primavera.

La potatura di febbraio appartiene alla cosiddetta “potatura secca”, perché si interviene sui rami lignificati, eliminando parti vecchie o improduttive. Lo scopo varia a seconda della specie: ci sono alberi che fruttificano sui rami dell’anno precedente e altri che producono su legno più vecchio; alcune piante richiedono tagli drastici, altre solo leggeri interventi.

Gli strumenti per la potatura

Per una buona potatura servono attrezzi adeguati. Le forbici manuali a bypass sono ideali per rami verdi e sottili, garantendo tagli netti; quelle a incudine si usano invece su rami secchi e legnosi. I troncarami, con manici lunghi, consentono di tagliare rami più spessi con meno fatica. Per branche di diametro superiore serve il seghetto da pota.

Negli ultimi anni si sono diffuse le cesoie elettriche o a batteria, molto utili per chi deve potare molte piante: riducono lo sforzo fisico, aumentano la precisione e permettono di risparmiare tempo. Hanno però un costo più elevato e richiedono manutenzione regolare.

Qualunque strumento si utilizzi, è essenziale che le lame siano ben affilate e disinfettate, per garantire tagli puliti e ridurre il rischio di infezioni.

Le tecniche di potatura

Per comprendere ogni singolo albero è importante ricordare che esistono diverse tipologie di potatura:

  • Potatura di formazione, praticata nei primi anni, per dare alla pianta una forma armoniosa (a vaso, a fuso, a palmetta, a spalliera).
  • Potatura di produzione, destinata ad alberi adulti, per equilibrare la vegetazione e stimolare la fruttificazione.
  • Potatura di rinnovo, utile a piante vecchie o trascurate, per favorire l’emissione di nuovi germogli.
  • Potatura di contenimento, per ridurre la dimensione della chioma e mantenere ordine nel giardino.

Pomacee: melo, pero, cotogno, nashi

Le pomacee rappresentano alcune delle specie più diffuse nei frutteti domestici e professionali. La loro potatura deve essere precisa ma mai eccessiva, perché proprio dall’equilibrio tra rami vecchi e nuovi dipende la qualità e l’abbondanza della fruttificazione.

Melo

Il melo fruttifica su lamburde (rami corti e tozzi che portano gemme a fiore per più anni), su brindilli e rami misti. La potatura deve essere equilibrata, mai drastica.

  • Si eliminano i succhioni (rami vigorosi che crescono verticali).
  • Si accorciano i rami misti, lasciando quelli ben orientati verso l’esterno.
  • Le lamburde vanno conservate, perché garantiscono produzioni regolari.

Pero

Simile al melo ma più delicato. Produce su lamburde e brindilli.

  • Si interviene poco: il pero teme potature drastiche.
  • I rami più vigorosi vanno accorciati per evitare squilibri vegetativi.
  • Si favorisce un’alternanza equilibrata tra rami a fiore e rami a legno.

Cotogno

Specie rustica che non richiede interventi complessi.

  • Si eliminano rami secchi, malati o che si incrociano.
  • Si accorciano leggermente le branche principali per mantenere l’ordine.

Nashi (pero giapponese)

Un incrocio, nelle esigenze, tra melo e pero.

  • Va potato con equilibrio, conservando i rami misti.
  • Si eliminano i succhioni e i rami disordinati.

Drupacee: pesco, ciliegio, albicocco, susino, mandorlo

Le drupacee richiedono una gestione più attenta rispetto alle pomacee, perché hanno una diversa modalità di fruttificazione e una maggiore sensibilità ai tagli. In molti casi producono sui rami dell’anno precedente, il che significa che la scelta dei tralci è fondamentale per garantire un raccolto abbondante. Ogni specie ha le sue peculiarità: alcune richiedono interventi energici, altre solo potature leggere e selettive.

Pesco

Il pesco è l’albero che richiede potature più energiche. Produce soprattutto sui rami misti dell’anno precedente.

  • Si scelgono i rami misti più robusti e si eliminano quelli deboli.
  • I rami troppo lunghi si accorciano a poche gemme a fiore.
  • Si eliminano quelli rivolti verso l’interno per aprire la chioma.

Ciliegio

È molto delicato: i tagli cicatrizzano lentamente.

  • La potatura deve essere molto leggera.
  • Si eliminano solo i rami secchi, malati o che creano eccessiva ombra.
  • I tagli più grandi vanno protetti con mastice cicatrizzante.

Albicocco

Produce su rami misti e brindilli.

  • Interventi moderati: mai tagli troppo drastici.
  • Si selezionano i rami fruttiferi migliori e si accorciano quelli troppo lunghi.

Susino

Specie vigorosa, ma produttiva.

  • Si eliminano i succhioni e i rami che affollano la chioma.
  • Si conservano quelli più corti e ben esposti alla luce.

Mandorlo

Pianta rustica che non sopporta potature intense.

  • Basta eliminare i polloni e i rami secchi.
  • I tagli devono servire solo a mantenere ordine e arieggiamento.

Altri alberi da frutto

Oltre a pomacee e drupacee, nel frutteto di febbraio è possibile intervenire anche su diverse specie cosiddette “minori” ma di grande interesse, sia per la produzione che per il valore ornamentale. Castagno, kiwi, olivo, melograno e piccoli frutti hanno esigenze molto diverse, ma tutti traggono beneficio da tagli mirati che garantiscono luce, aria e un corretto equilibrio vegetativo. Queste piante completano il quadro delle potature invernali, rendendo febbraio uno dei mesi più intensi per la cura del giardino e del frutteto.

Castagno

Il castagno richiede poche attenzioni.

  • Si eliminano i polloni che nascono alla base.
  • Si accorciano i rami troppo lunghi per favorire la luce al centro della chioma.

Actinidia (kiwi)

Il kiwi è una pianta rampicante e necessita di una gestione particolare.

  • I tralci che hanno fruttificato vanno tagliati alla base.
  • Quelli nuovi si accorciano a 6–8 gemme, per produrre nell’anno successivo.

Olivo (solo in zone miti)

Si può intervenire già a febbraio, modellando la pianta a vaso policonico.

  • Si eliminano succhioni e rami che crescono verso l’interno.
  • La chioma deve rimanere ariosa, “a cono rovesciato”, per favorire luce e aria.

Melograno

Il melograno produce sia sui rami dell’anno che su quelli di due anni.

  • Si eliminano i polloni che nascono alla base.
  • Si accorciano i rami disordinati per mantenere la forma della pianta.

Piccoli frutti (ribes, lamponi, more)

Ogni specie ha esigenze precise:

  • Lamponi: si tagliano i rami che hanno già fruttificato, lasciando i nuovi polloni.
  • More: si accorciano i tralci fruttiferi a 30–40 cm.
  • Ribes: si eliminano i rami più vecchi, stimolando l’emissione di nuovi.

Un lavoro che guarda al futuro

La potatura di febbraio non è solo un lavoro tecnico: è un gesto di cura e prevenzione. Un albero ben potato sarà più equilibrato, più produttivo e meno soggetto a malattie. Ogni specie ha il suo linguaggio, e saperlo interpretare significa garantirsi un frutteto ordinato e raccolti abbondanti negli anni a venire.

Prendersi del tempo per potare con attenzione equivale a investire nel futuro del proprio giardino, con piante più sane, più belle e pronte a regalare frutti di qualità.

La strategia della Francia contro lo spreco alimentare, che dovrebbe seguire anche l’Italia

Lo spreco alimentare è uno dei principali problemi della società occidentale. La Francia ha adottato un modello a per contrastarlo. Un esempio che potrebbe e dovrebbe essere seguito anche dall’Italia.

Lo spreco alimentare rappresenta un grave problema per l’ambiente, considerando che il cibo che non viene consumato finisce nelle pattumiere. Non è qualcosa che si verifica nelle case, dove le dispense risultano essere troppo piene; ma va ben oltre, interessando l’intera filiera. Lo spreco alimentare, infatti, ingloba anche la perdita di cibo lungo la linea della produzione della distribuzione.

Fra le cause principali va annoverati gli acquisti eccessivi, la cattiva conservazione dei prodotti in frigo, l’incomprensione delle date di scadenza. Il food waste ha un impatto negativo sull’ambiente, poiché sprecare cibo significa non solo produrre rifiuti, ma anche sprecare acqua e risorse naturali.

Comprendendo l’esigenza di tutelare le risorse naturali, la Francia ha compiuto un passo significativo importante nella lotta alla perdita di cibo.

La legge per ridurre lo spreco alimentare

Già nel lontano 2016, la Francia ha deciso di agire concretamente per limitare gli sprechi. In che modo? Impedendo che il cibo ancora commestibile finisse nei cassonetti. Il deputato Guillaume Garot ha promosso l’iter parlamentare per trasformare un’abitudine in un illecito. Ed ora i supermercati con più di 400 metri quadrati di superficie non possono più cestinare la merce invenduta che risulta ancora edibile, ma devono destinarla alla donazione.

In appena due anni la norma ha sortito effetti notevoli, riducendo notevolmente lo spreco nazionale. Già nel 2018 il 93% dei supermercati risultava coinvolto in programmi di donazione. Nello stesso anno la legge è stata estesa anche alla ristorazione, con lo scopo di ridurre ulteriormente il food waste.

Sanzioni e incentivi per favorire un obiettivo comune

Con l’entrata in vigore di questa legge, lo spreco alimentare non si limita ad essere una cattiva abitudine ma diventa un vero e proprio illecito. Sono previste sanzioni amministrative per tutti coloro che non rispettano i limiti imposti. Le multe possono arrivare fino a migliaia di euro e i controlli sono delegati alle autorità locali.

Allo stesso modo la legge prevede delle agevolazioni per tutte le attività che seguono le norme e donano i prodotti invenduti.

Un equo sistema in cui vengono puniti gli inadempienti e premiati i virtuosi con lo scopo di ridurre gli sprechi e aiutare l’ambiente.

Niscemi potrebbe non essere un caso isolato: 6 milioni di italiani vivono in aree a rischio frana: le zone rosse

Le immagini di Niscemi hanno sconvolto l’intera Penisola. Questa tragedia, tuttavia, potrebbe ripetersi in altre aree del Paese. Il rischio di dissesto idrogeologico colpisce ben 5,7 milioni di italiani.

Nel corso delle scorse settimane il ciclone Harry si è fatto sentire pesantemente sulla Sicilia, provocando disagi in tutta la regione. Il danno maggiore, tuttavia, è stato riscontrato a Niscemi, in provincia di Caltanissetta, dove si è verificata una violenta frana. Una parte di collina che scivola verso la pianura di Gela e un paese costretto a fare i conti con il senso di distruzione. Più di mille persone hanno dovuto lasciare le loro abitazioni, e interi quartieri sono rimasti completamente isolati.

La comunità di Niscemi ha vissuto il suo inferno in terra, osservando con i propri occhi quanto possa essere crudele la natura. E mentre la pioggia cadeva dal cielo, la collina scendeva giù verso la piana di Gela.

Cambiamenti climatici e abbandono: le cause della frana di Niscemi

Il disastro di Niscemi si ascrive in un quadro in cui i cambiamenti climatici si stanno facendo sempre più importanti. Cicloni, pioggia incessante e violenti temporali non sono altro che l’effetto del disastro climatico. Il cambiamento del clima, infatti, non ingloba solo l’innalzamento delle temperature, ma anche fenomeni temporaleschi di grande entità.

Il caso di Niscemi ha evidenziato la fragilità e lo stato di abbandono di un territorio già danneggiato. Il dramma che ha coinvolto la cittadina siciliana poteva essere in parte evitato grazie ad interventi e opere di messa in sicurezza. La collina di Niscemi è crollata sotto il peso della pioggia, ma anche della negligenza delle istituzioni, che non sono intervenute in anticipo.

Credit foto Instagram@niscemifan

Cambiamenti climatici e rischio idrogeologico

I fenomeni estremi sono causati dal cambiamento climatico. Cicloni e violenti temporali costringono gli abitanti di determinate zone del Paese a confrontarsi con situazioni complesse e disastri difficili da gestire. Il caso di Niscemi potrebbe apparire un fenomeno isolato, se non fosse che diverse zone d’Italia sono minacciate dal dissesto idrogeologico.

La composizione fragile dei terreni può perdere facilmente stabilità in presenza di grandi quantità di pioggia, causando frane, alluvioni e valanghe.

Sono tanti i fenomeni estremi che hanno colpito l’Italia fra il 2022 e il 2024, basti pensare all’esondazione nelle Marche nel settembre 2022, le colate di fano ad Ischia nel novembre 2022, le alluvioni in Emilia Romagna del 2023.

E dunque il caso di Niscemi non risulta essere un caso isolato, ma solo uno dei tanti che si è abbattuto su una delle regioni italiane.

Le regione più a rischio idrogeologico

Dunque dobbiamo fare i conti con una certezza: in Italia gli eventi meteorologici estremi minacciano la sicurezza delle città, degli edifici e di un grandissimo numero di persone. Il rapporto ISPRA 2024 ci dice con chiarezza che l’Italia è un Paese vulnerabile, essendo uno degli stati europei più colpiti dalle frane.

Le zone più colpite dalle frane risultano essere la Sicilia, la Sardegna e la Toscana, la Campania, la Liguria, e l’Emilia Romagna. Tuttavia come specificato precedentemente qualsiasi regione italiana può essere a rischio idrogeologico.

Il rapporto ISPRA serve appunto a localizzare le zone rosse, dando la possibilità di programmare e pianificare gli interventi di messa in sicurezza.

Sassi di Luce: quando la pavimentazione urbana diventa sostenibile e sicura

Illuminare i percorsi urbani senza consumare energia elettrica e combattere le isole di calore: è questa la doppia sfida che Senini, azienda bresciana leader nelle soluzioni sostenibili per pavimentazioni, ha raccolto con i Sassi di Luce.

Si tratta di masselli autobloccanti che integrano vetri fotoluminescenti nello strato superficiale. Il principio è semplice ed efficace: durante il giorno assorbono luce naturale o artificiale, per poi riemetterla al buio per diverse ore, senza alcun consumo energetico. Una soluzione ideale per piste ciclabili, camminamenti pedonali e spazi pubblici, dove migliora la visibilità notturna e la sicurezza percepita.

Ma l’innovazione non si ferma qui. I Sassi di Luce vengono integrati nelle pavimentazioni Ecotop Superior, che uniscono fotoluminescenza e fotocatalisi attiva. Quest’ultima tecnologia ha dimostrato di ridurre gli ossidi di azoto fino al 74%, migliorando concretamente la qualità dell’aria urbana.

Un altro aspetto cruciale riguarda la lotta alle isole di calore. Grazie all’elevato indice di riflettanza solare, queste pavimentazioni possono ridurre le temperature superficiali fino a 30°C rispetto all’asfalto tradizionale, contribuendo a rendere le città più vivibili nei mesi estivi.

“Le città del futuro devono essere pensate partendo dal suolo”, spiega Massimo Senini, titolare dell’azienda. “Con i Sassi di Luce abbiamo dimostrato che una pavimentazione può diventare un’infrastruttura attiva: migliora la sicurezza, l’ambiente e contrasta l’isola di calore urbana.”

Una visione che si integra perfettamente con la filosofia aziendale e con la divisione Tecnocanapa, dedicata alla bioedilizia carbon negative. Riprogettare le città partendo dal suolo non è più un’utopia, ma una realtà concreta.