Archivi autore: MariaVictoria Stella

Ex Ilva, svolta per Taranto: il Tribunale ordina la sospensione dell’area a caldo per rischi sulla salute

Una svolta storica per Taranto e i tarantini, dopo anni di lotte per tutelare la propria salute dai danni dell’Ilva.

C’è stato un tempo in cui l’Ilva ha regalato sogni a tanti italiani. A Taranto, in un territorio segnato dalla mancanza di lavoro e dai problemi sociali, a partire dagli anni 60 le acciaierie hanno rappresentato una delle pricipali prospettive di lavoro. Un’opportunità lavorativa che, per decenni, ha consentito a tante persone di vivere dignitosamente. La nascita dell‘Ilva sembrava una favola da poter raccontare di generazione in generazione. Di padre in figlio fra acciaio, forni roventi e polveri sottili si tramandava un lavoro dura ma sicuro. Attraverso la faticosa vita di fabbrica si potevano realizzare sogni e progetti, ignorando il vero pericolo.

Per decenni milioni di famiglie hanno pensato che la loro vita fosse bella proprio grazie allo stabilimento siderugico. Giovani, meno giovani, figli, padri e persino nonni hanno creduto di vivere bene grazie a quell’acciaio. E poi quelle polveri sottili hanno portato via tutto, spazzando in un lampo vita, sogni e speranze di intere generazioni. Le acciaierie dell’Ilva hanno emesso nel territorio circostanze altamente inquinanti, che hanno provocato danni ingenti alla salute della popolazione. Diossido di azoto, anidride solforosa, benzene e diossine si sono disperse nell’aria, raggiungendo i polmoni dei cittadini.

Ci sarà mai fine al dramma dell’ex Ilva? A quel mostro silenzioso che ha ucciso tantissime persone? Forse si.

Ex Ilva: arriva lo stop all’area a caldo

Il Tribunale civile di Milano si è espresso su una questione di notevole importanza sociale, che riguarda appunto l’ex Ilva. Il Tribunale ha ordinato la sospensione dell’area a caldo a partire dal 24 agosto 2026, rispondendo al ricorso dei residenti di Taranto per rischi attuali sulla salute. I giudici hanno sottolineato che il pericolo riguarda in particolar modo i cittadini di Taranto, Statte e di alcuni comuni limitrofi. Va specificato, tuttavia, che il provvedimento non è ancora operativo, e diventerà esecutivo solo se non verrà impugnato.

La decisione arriva dalla Sezione specializzata in materia d’impresa, ed è stata applicata in base alla sentenza della Corte di Giustizia dell’Unione Europea del 25 giugno 2024.

Dunque a partire dal 24 agosto 2026 sarà interrotta l’attività produttiva, anche se entro quella data le società coinvolte- Acciaierie d’Italia Spa in amministrazione straordinaria, Acciaierie d’Italia Holding Spa e Ilva Spa- potranno presentare la richiesta di impugnare il provvedimento. Qualora ciò non dovesse accadere, a partire dal 24 agosto dovranno avere inizio le procedure per sospendere l’area a caldo.

Se dovesse essere sospesa l’area a caldo sarebbe un primo passo di un lungo processo di messa in sicurezza dei cittadini. Una città e una cittadinanza che già hanno dovuto sopportare troppe sofferenze a causa non solo delle acciaierie ma anche dell’indifferenza.

Il Mediterraneo è il mare più inquinato dalle microplastiche: un gruppo di scienzati proverà a prevedere il suo futuro

Il Mediterraneo è il mare più inquinato al mondo a causa dell’alta presenza di microplastiche. Un nuovo modello previsionale aiuterà a individuare le aree più vulnerabili e studiare gli effetti delle microplastiche sugli ecosistemi.

Il Mediterraneo è il nostro mare, quello in cui amiamo tuffarci nelle giornate più calde. Anche quello da cui peschiamo le specie ittiche che finiscono nei nostri piatti. Un mare che non è solo una lunga distesa di acqua azzurra, ma fonte di vita. Un bacino che dovremmo proteggere e preservare dagli attacchi dell’inquinamento atmosferico.

Il Mediterraneo rappresenta solo l’1 dell’acqua marina globale, eppure in esso è concentrato il 7% delle microplastiche. Un numero elevatissimo se rapportato all’estensione delle sue acque. La causa dell’alto tasso di concentrazione delle microplastiche è dovuta alla struttura semi-chiusa. Nello specifico si tratta di un bacino stretto, in cui la plastica che entra difficilmente riesce poi ad uscire. Le microplastiche vanno poi a posizionarsi lungo le coste e i fondali, danneggiando le specie marine.

Gli agenti inquinanti contenuti nelle microplastiche possono essere ingerite dalla fauna marina e arrivare fino all’uomo attraverso la catena alimentare.

L’obiettivo della MAESTRI: individuare le aree più vulnerabili

L‘inquinamento dovuto alla presenza delle microplastiche nelle acque marine è uno dei più grandi problemi da affrontare. Come specificato precedentemente le microplastiche trasportano agenti inquinanti e possono raggiungere facilmente la catena alimentare con conseguenze nefaste sulla salute umana. Dunque sarebbe opportuno conoscere le rotte percorse dalle particelle di plastica, oltre che i venti e le correnti che influenzano l’accumulo in alcune aree.

 MAESTRI, acronimo di Modelli previsionali di accumulo di microplastiche in aree marine costiere, effetti sulla biodiversità e strategie per ridurre l’inquinamento è un progetto ideato dall’Università di Palermo che studia gli spostamenti delle microplastiche e i loro effetti sulle acque salate. MAESTRI svilupperà il primo modello previsionale di accumulo delle particelle plastiche nel Mediterraneo. Il nuovo modello riuscirà a prevedere la distribuzione delle microplastiche nel corso dei prossimi dieci anni. Dunque sarà possibile identificare le aree più vulnerabili per poi capire le cause dell’accumulo. Saranno raccolti dati per l’analisi specifica attraverso droni e strumenti di alta tecnologia. Un progetto che permette di guardare al futuro e comprendere lo stato di salute del nostro mare. In questo modo sarà possire intervenire nelle aree in cui è presente una maggiore concentrazione di particelle plastiche per provare a salvare la fauna marina dagli agenti tossici da esse rilasciate.

Stop alla carne di cavallo: la proposta di legge in Senato per fermare la macellazione

In Italia il consumo di carne equina è in calo. In tanti considerano gli equidi animali da compagnia; pertanto è stata presentata in Senato una proposta di legge che ne vieta la macellazione.

L’Italia è un Paese con un patrimonio enogastronomico inestimabile. La tradizione culinaria italiana vanta piatti prelibati, che raccontano la storia del territorio. Nello scrigno prezioso della tradizione gastronomica del Belpaese vanno annoverate anche pietanze a base di carne di cavallo. La pastissada veronese, i pezzetti salentini, le polpette catanesi sono solo alcuni dei gustosi e succulenti piatti realizzati con carne equina. Sebbene rappresentino la storia del territorio, il consumo di questi cibi è in netta diminuzione. Nel corso degli ultimi anni, complice una maggiore sensibilità nei confronti degli animali, tanti italiani hanno iniziato a consumare sempre meno carne equina.

La proposta di legge: vietare la macellazione della carne di cavallo

In un momento storico in cui il consumo della carne sta diminuendo, mangiare pietanze a base di carne di cavallo appare alquanto anacronistico. E in un contesto del genere le deputate Susanna Cerchi(M5s) e Luana Zanella (Avs) hanno compreso che fosse arrivato il momento proficuo per avanzare una proposta di legge innovativa: vietare la macellazione degli equidi.

Il focus principale è il riconoscimento per cavalli,pony, muli, bardotti e asini dello status di animali di affezione, ponendoli sullo stesso piano dei cani e gatti. Se la proposta venisse accettata sarebbe vietato qualsiasi uso per la produzione alimentare.

L’inchiesta di Animal Equality

L’idea è arrivata contemporaneamente ad un’inchiesta di Animal Equality, che ha posto l’attenzione sulla condizione dei macelli. L’associazione ha captato, tramite telecamere nascoste, immagini di torture e maltrattamenti ad danni degli animali in un macello equino situato in Emilia Romagna.

Già nel 2023 Animal Equality aveva indetto una petizione al Governo con ben 247mila firme per bloccare la macellazione degli equidi in Italia.

Quanta carne di cavallo consumiamo in Italia

Dunque viene da chiedersi quale sia il rapporto fra gli italiani e la carne di cavallo. Nel nostro Paese solo il 17% della popolazione consuma pietanze derivate dagli equini. I consumatori sono concentrati principalmente in Lombardia, Puglia, Emilia Romagna e Sicilia. In tanti dichiarano di non mangiarla per ragioni legate al rapporto con l’animale, percepito appunto come un animale da compagnia.

Nonostante i dati di consumo in calo, l’Italia resta ai primi posti in Italia per consumo di carne di cavallo. Dunque l’eventuale divieto andrebbe a colpire solo una parte di popolazione, ma potrebbe aiutare gli animali e l’ambiente.

L’Arco degli Innamorati è crollato sotto il peso dei cambiamenti climatici e della cattiva gestione del territorio

La lunga ondata di maltempo che si sta abbattendo sul Sud Italia ha causato un nuovo danno. L’Arco di Sant’Andrea a Melendugno nel Salento è crollato la sera del 14 febbraio.

Terra del sole, del mare, del vento, del buon cibo e di paesaggi mozzafiato: la Puglia è una delle regioni più belle della Penisola. Nel Salento si susseguono spiagge dalla sabbia dorata e dalle acque cristalline, che attirano ogni anno milioni di visitatori. Melendugno è una delle perle del Salento, con il suo Arco di Sant’Andrea, conosciuto come l’Arco degli Innamorati. Un ponte roccioso, innalzato sul mare turchese, che dava vita ad uno scenario suggestivo.

La sera della Festa degli innamorati, l’Arco degli Innamorati è crollato. Quella meraviglia conosciuta ed apprezzata in tutto il mondo non esiste più. La roccia si è sbriciolata, cadendo pezzo a pezzo nell’ acqua salmastra.

Le cause del crollo

Una violenta ondata di maltempo ha messo in ginocchio tutto il Mezzogiorno. Da settimane le regioni meridionali stanno facendo i conti con temporali caratterizzati da pioggia incessante e raffiche di vento. Mareggiate e piogge copiose si sono abbattute anche sulla Puglia, colpendo uno dei tratti di costa più belli della regione.

Il crollo dell’Arco di Melendugno è stato causato dall’eccessiva quantità di pioggia e dalla veemenza delle mareggiate, che hanno erosa la roccia. Un grave danno non solo turistico, ma in primis paesaggistico. Una catastrofe generata dal cambiamento climatico, unito alla cattiva gestione del territorio.

Le parole del sindaco e dell’assessore al turismo

Dinanzi ad una tragedia del genere, gli esponenti del mondo della politica non potevano non esprimere parole di rammarico per l’accaduto. “Un colpo al cuore” afferma Maurizio Cisternino, sindaco di Melendugno. “È come un funerale” aggiunge l’assessore al turismo Francesco Stella.

Tanti i cittadini curiosi che si sono recati sul posto per vedere dal vivo la parte di costa crollata. La presenza di tante persone, tuttavia, sta rallentando il lavoro della Polizia locale e della Protezione civile.

Il progetto per contrastare l’erosione delle coste

Il Comune di Melendugno è uno dei pochi ad aver studiato un piano per contrastare l’erosione costiera. Il progetto di quattro milioni e mezzo è stato presentato alla Regione, che lo ha ritenuto ammissibile. Tuttavia nonostante l’ok della Regione, la misura non è stata finanziata per mancanza di fondi.

Niscemi, il geologo Casagli: “Siamo di fronte a un fenomeno di dimensioni colossali, ma può rallentare”

Il geologo Nicola Casagli ha esaminato la frana di Niscemi, valutando le cause e gli effetti.

La frana di Niscemi ha sconvolto il Paese, costringendo l’Italia a fare i conti con gli effetti innegabili dei cambiamenti climatici. Nello specifico va spiegato che Niscemi sorge su un territorio particolare dal punto di vista geologico. La struttura complessa e fragile, unita alle piogge copiose e incessanti degli ultimi giorni di gennaio hanno dato vita ad evento franoso di proporzioni elevate.

La struttura di Niscemi è caratterizzata da un altopiano sabbioso che sovrasta terreni argillosi. Un’area così particolare ha bisogno di attenzione e manutenzione continua.

La dinamica dell’evento

Nicola Casagli, geologo e docente all’Università di Firenze, ha sorvegliato l’area subito dopo la frana per cercare di capire la dinamica. “La frana è formata da più corpi che si sono fusi insieme, riattivando fronti già noti. Si è creata una scarpata altissima nelle sabbie: queste pareti restano verticali finché sono umide, ma quando si asciugano o piove troppo, si disfano” spiega Casagli.

In questo contesto le sabbie giocano un ruolo fondamentale: finché queste riescono a mantenere l’umidità sono in grado di restare stabili, ma se si impregnano d’acqua cedono.

Il problema delle infrastrutture

Stando alle dichiarazioni di Casagli, questo disastro non è stato causato dal cambiamento climatico. Difatti ci sono dei precedenti che risalgano appunto al 1778, 1790 e 1997. Sicuramente l’eccessivo flusso pluviale ha contribuito al cedimento. Il problema fondamentale risiede nell’opera antropica e nelle infrastrutture. In un territorio geologicamente complesso occorre monitorare con più attenzione gli acquedotti. Il centro abitato, infatti, perde acqua dalle reti acquedottistiche, che non risultano adeguate.

La necessità di intervenire

La frana di Niscemi, pur essendo di grandi proporzioni, può rallentare. Affinché questo accada è necessario intervenire con misure di messa in sicurezza adeguate. I progetti di protezione idrogeologica ci sono ma non sono mai stati messi in atto. I cittadini devono fare pressione sulla macchina politica per richiedere opere di messa in sicurezza del territorio. La politica deve tornare al occuparsi dei territori e della popolazione, garantendo interventi mirati alla protezione della comunità.

La catastrofe di Niscemi ha acceso un’onda emotiva che non deve spegnersi in poche settimane. Un evento franoso di tale proporzioni ha fatto capire agli italiani quanto sia compromesso il quadro idrogeologico del nostro Paese.

Stop al fast fashion: l’Ue vieta all’aziende di distruggere i vestiti nuovi invenduti

Il fast fashion è fra le principali cause di inquinamento ambientale. La riduzione degli sprechi aiuterebbe a diminuire l’impatto ambientale.

Lo shopping è uno dei più grandi piaceri della vita. Acquistare capi d’abbigliamento ed accessori è una sensazione che trasmette gioia ed emozioni positive. Tuttavia nel momento in cui si sceglie di comprare un determinato indumento bisognerebbe dapprima porsi alcune domande. Lo shopping non dovrebbe mai essere legato alle tendenze del momento, e men che meno al fast fashion. Acquistare abiti di qualità e di ottima fattura è un investimento che dura nel tempo; acquistare vestiti o accessori a prezzi bassi ma di scarsa qualità non è la scelta vincente.

I danni del fast fashion

C’è il fast fashion? Moda veloce, a basso costo, destinata a non durare nel tempo. Capi d’abbigliamento realizzati seguendo le tendenze e con materiali scadenti. Sono tanti i brand e le catene di negozi di abbigliamento che optano per una politica dei prezzi bassa, realizzando indumenti di pessima fattura. L’acquirente, spinto dal desiderio irrefrenabile di avere in armadio il capo del momento, acquista senza riflettere e senza interrogarsi sulla reale utilità di quel prodotto.

Lo shopping dovrebbe essere fatto lentamente e con consapevolezza. Così come gli indumenti dovrebbero essere realizzati con cura ed attenzione. La moda richiede tempo, e per questo motivo la locuzione”fast fashion” non dovrebbe essere contemplata in un settore in cui la velocità non è certo un fattore positivo.

I vestiti invenduti

Il fast fashion non è un problema che riguarda solo la merce venduta, che dopo tempo finisce nei cassonetti perché non più di tendenza o magari già lisa. Il problema risiede nella quantità di merce invenduta, che viene eliminata prima ancora di raggiungere il consumatore. Ogni capo distrutto, però, è stato realizzato utilizzando acqua, energia e materie prime. Sprecando un indumento si sprecano in primis risorse naturali che non sono inesauribili.

Il fenomeno dipende dalla sovrapproduzione tipica del fast fashion, in cui vengono realizzati troppi capi, che non sempre riescono ad essere venduti. In Germania, ad esempio, la merce resa online non viene rimessa in vendita.

l nuove regole dell’Ue

La crisi climatica richiede un cambiamento di rotta, in cui gli sprechi delle risorse naturali devono essere limitati. Dunque in un’ottica di riduzione dello spreco e delle emissioni di C02, il fast fashion viene visto come un qualcosa da combattere.

L’Ue ha scelto di introdurre delle misure che possano in qualche modo invertire la tendenza. Dal 19 luglio 2026 le aziende di moda operanti in Europa non potranno più distruggere capi, accessori e calzature invendute. Solo in caso di merce danneggiata o altri casi specifici sarà concessa la demolizione dei prodotti.

Inoltre sarà introdotto l’obbligo di trasparenza: le aziende saranno tenute a comunicare la quantità di beni invenduti destinata alla distruzione.

La strategia della Francia contro lo spreco alimentare, che dovrebbe seguire anche l’Italia

Lo spreco alimentare è uno dei principali problemi della società occidentale. La Francia ha adottato un modello a per contrastarlo. Un esempio che potrebbe e dovrebbe essere seguito anche dall’Italia.

Lo spreco alimentare rappresenta un grave problema per l’ambiente, considerando che il cibo che non viene consumato finisce nelle pattumiere. Non è qualcosa che si verifica nelle case, dove le dispense risultano essere troppo piene; ma va ben oltre, interessando l’intera filiera. Lo spreco alimentare, infatti, ingloba anche la perdita di cibo lungo la linea della produzione della distribuzione.

Fra le cause principali va annoverati gli acquisti eccessivi, la cattiva conservazione dei prodotti in frigo, l’incomprensione delle date di scadenza. Il food waste ha un impatto negativo sull’ambiente, poiché sprecare cibo significa non solo produrre rifiuti, ma anche sprecare acqua e risorse naturali.

Comprendendo l’esigenza di tutelare le risorse naturali, la Francia ha compiuto un passo significativo importante nella lotta alla perdita di cibo.

La legge per ridurre lo spreco alimentare

Già nel lontano 2016, la Francia ha deciso di agire concretamente per limitare gli sprechi. In che modo? Impedendo che il cibo ancora commestibile finisse nei cassonetti. Il deputato Guillaume Garot ha promosso l’iter parlamentare per trasformare un’abitudine in un illecito. Ed ora i supermercati con più di 400 metri quadrati di superficie non possono più cestinare la merce invenduta che risulta ancora edibile, ma devono destinarla alla donazione.

In appena due anni la norma ha sortito effetti notevoli, riducendo notevolmente lo spreco nazionale. Già nel 2018 il 93% dei supermercati risultava coinvolto in programmi di donazione. Nello stesso anno la legge è stata estesa anche alla ristorazione, con lo scopo di ridurre ulteriormente il food waste.

Sanzioni e incentivi per favorire un obiettivo comune

Con l’entrata in vigore di questa legge, lo spreco alimentare non si limita ad essere una cattiva abitudine ma diventa un vero e proprio illecito. Sono previste sanzioni amministrative per tutti coloro che non rispettano i limiti imposti. Le multe possono arrivare fino a migliaia di euro e i controlli sono delegati alle autorità locali.

Allo stesso modo la legge prevede delle agevolazioni per tutte le attività che seguono le norme e donano i prodotti invenduti.

Un equo sistema in cui vengono puniti gli inadempienti e premiati i virtuosi con lo scopo di ridurre gli sprechi e aiutare l’ambiente.

Niscemi potrebbe non essere un caso isolato: 6 milioni di italiani vivono in aree a rischio frana: le zone rosse

Le immagini di Niscemi hanno sconvolto l’intera Penisola. Questa tragedia, tuttavia, potrebbe ripetersi in altre aree del Paese. Il rischio di dissesto idrogeologico colpisce ben 5,7 milioni di italiani.

Nel corso delle scorse settimane il ciclone Harry si è fatto sentire pesantemente sulla Sicilia, provocando disagi in tutta la regione. Il danno maggiore, tuttavia, è stato riscontrato a Niscemi, in provincia di Caltanissetta, dove si è verificata una violenta frana. Una parte di collina che scivola verso la pianura di Gela e un paese costretto a fare i conti con il senso di distruzione. Più di mille persone hanno dovuto lasciare le loro abitazioni, e interi quartieri sono rimasti completamente isolati.

La comunità di Niscemi ha vissuto il suo inferno in terra, osservando con i propri occhi quanto possa essere crudele la natura. E mentre la pioggia cadeva dal cielo, la collina scendeva giù verso la piana di Gela.

Cambiamenti climatici e abbandono: le cause della frana di Niscemi

Il disastro di Niscemi si ascrive in un quadro in cui i cambiamenti climatici si stanno facendo sempre più importanti. Cicloni, pioggia incessante e violenti temporali non sono altro che l’effetto del disastro climatico. Il cambiamento del clima, infatti, non ingloba solo l’innalzamento delle temperature, ma anche fenomeni temporaleschi di grande entità.

Il caso di Niscemi ha evidenziato la fragilità e lo stato di abbandono di un territorio già danneggiato. Il dramma che ha coinvolto la cittadina siciliana poteva essere in parte evitato grazie ad interventi e opere di messa in sicurezza. La collina di Niscemi è crollata sotto il peso della pioggia, ma anche della negligenza delle istituzioni, che non sono intervenute in anticipo.

Credit foto Instagram@niscemifan

Cambiamenti climatici e rischio idrogeologico

I fenomeni estremi sono causati dal cambiamento climatico. Cicloni e violenti temporali costringono gli abitanti di determinate zone del Paese a confrontarsi con situazioni complesse e disastri difficili da gestire. Il caso di Niscemi potrebbe apparire un fenomeno isolato, se non fosse che diverse zone d’Italia sono minacciate dal dissesto idrogeologico.

La composizione fragile dei terreni può perdere facilmente stabilità in presenza di grandi quantità di pioggia, causando frane, alluvioni e valanghe.

Sono tanti i fenomeni estremi che hanno colpito l’Italia fra il 2022 e il 2024, basti pensare all’esondazione nelle Marche nel settembre 2022, le colate di fano ad Ischia nel novembre 2022, le alluvioni in Emilia Romagna del 2023.

E dunque il caso di Niscemi non risulta essere un caso isolato, ma solo uno dei tanti che si è abbattuto su una delle regioni italiane.

Le regione più a rischio idrogeologico

Dunque dobbiamo fare i conti con una certezza: in Italia gli eventi meteorologici estremi minacciano la sicurezza delle città, degli edifici e di un grandissimo numero di persone. Il rapporto ISPRA 2024 ci dice con chiarezza che l’Italia è un Paese vulnerabile, essendo uno degli stati europei più colpiti dalle frane.

Le zone più colpite dalle frane risultano essere la Sicilia, la Sardegna e la Toscana, la Campania, la Liguria, e l’Emilia Romagna. Tuttavia come specificato precedentemente qualsiasi regione italiana può essere a rischio idrogeologico.

Il rapporto ISPRA serve appunto a localizzare le zone rosse, dando la possibilità di programmare e pianificare gli interventi di messa in sicurezza.

Hamburger, trovati batteri resistenti agli antibiotici in quattro marchi: a quali prestare attenzione

Il test del Salvagente condotto sugli hamburger ha riscontrato tracce di batteri resistenti agli antibiotici in ben quattro marche.

Nel momento in cui ci rechiamo al supermercato per fare la spesa dobbiamo essere quanto più informati possibile. Molto spesso riteniamo che basti leggere le etichette per sapere nello specifico cosa stiamo acquistando. Ma credete che sia sufficiente limitarci alla lettura degli ingredienti presenti nel prodotto per sentirci al sicuro? Tecnicamente i prodotti alimentari che troviamo sugli scaffali sono controllati e dunque sicuri. Tuttavia c’è qualcosa che sfugge anche ai controlli più minuziosi. Motivo per cui il Salvagente ha voluto indagare per verificare l’eventuale presenza nella carne di batteri resistenti agli antibiotici.

I risultati del test sugli hamburger

Sull’ultimo numero della rivista sono stati pubblicati i risultati del test condotto sulla carne macinata. Per quanto riguarda l’aspetto normativo non sono emerse irregolarità: non sono presenti salmonella e listeria. Dati che potrebbero rassicurare il consumatore, ma analizzando a fondo emerge dell’altro. Quattro hambuger su dodici presi in esame hanno rilevato la presenza di batteri resistenti agli antibiotici. Un terzo del campione preso in esame ospita dei microrganismi che possiedo la capacità di resistere agli antibiotici che assumiamo per combattere un’infezione.

Dunque nel momento in cui scegliamo di mettere nel nostro carrello una confezione di hambuger ignoriamo il pericolo a cui stiamo andando incontro. Questi prodotti alimentari rientrano fra le principali cause di antibiotico- resistenza, una condizione che rende inefficaci i trattamenti, aumentando il tasso di mortalità.

Una mancanza normativa preoccupante

Una volta appurato che in alcuni marchi di carne lavorata sono presenti batteri resistenti agli antibiotici, viene da chiedersi per quale motivo non esista una legge che renda obbligatori i controlli. Non esiste, infatti, alcuna legge che obblighi i produttori a verificare la presenza di questi microrganismi nei loro prodotti. I controlli si limitano agli allevamenti e al macello, non vanno oltre e non arrivano al momento della lavorazione e del confezionamento della carne. Una mancanza normativa allarmante, considerato che l’antibiotico- resistenza provoca ben 12.000 decessi all’anno.

Gli hamburger che contengono i batteri resistenti agli antibiotici

Secondo i dati diffusi da il Salvagente sono quattro i marchi di hambuger in cui è stata riscontrata la presenza dei microrganismi resistenti agli antibiotici:

  • Terre d’Italia – Carrefour – Hamburger con Marchigiana, in questo hamburger sono stati trovati strafilococchi resistenti a cinque antibiotici.
  • Hamburger di Chianina – Lidl, in cui sono stati individuati strafilococchi resistenti a quattro antibiotici e un ceppo di Escherichia coli.
  • Gramhamburger di Scottona, dove sono stati riscontrate resistenze agli strafilococchi.
  • La collina delle bontà – Eurospin, maxi hamburger di Scottona, che presenta caratteristiche simili al prodotto Gram.  

I consigli per ridurre i rischi

Il messaggio che emerge dal test è quello di informarsi bene prima di acquistare un prodotto, soprattutto se si tratta di carne lavorata e confezionata. Tuttavia c’è anche un secondo aspetto da tenere in considerazione ed è legato alla cottura della carne. Sicuramente un hamburger al sangue presenta un gusto più intenso e gradevole. La cottura al sangue è una delle più apprezzate dai buongustai. In presenza di carne macinata, però, sarebbe opportuno optare per tempi di cottura più lunghi, in modo da uccidere i batteri.

Per eliminare i rischi, tuttavia, occorre intervenire nella linea di produzione. L’antibiotico-resistenza rappresenta un’emergenza sanitaria globale e non può essere ignorata né dalla politica, né dai produttori, né dai consumatori.

La scelta rivoluzionaria di Amsterdam: vieta pubblicità di carne e comustibili fossili negli spazi pubblici della città

La capitale olandese ha preso una posizione impotante nella lotta all’inquinamento. Una svolta green che potrebbe essere di buon esempio per altre città del mondo.

Nel corso degli ultimi anni si tende a parlare tanto di sostenibilità ambientale, mostrando la svolta green come l’unica soluzione possibile per contrastare i danni ambientali. La natura ha bisogno di essere tutale e noi abitanti della Terra abbiamo l’obbligo morale di adottare quante più misure possibili per arginare i disastri naturali. Tuttavia, sebbene si parli molto di sostenibilità, si tende ancora a far fatica a modificare le proprie abitudini. Soprattutto nei Paesi occidentali si ha la tendenza a consumare molta carne proveniente da allevamento intensivo, che rappresenta una delle principali cause di inquinamento.

E mentre tanti Stati non prendono posizioni effettive, Amsterdam ha scelto di vietare la pubblicità di carne e combustibili fossili negli spazi pubblici. Un messaggio chiaro alla cittadinanza, un invito ad adottare abitudini green.

Una decisione storica nella lotta al cambiamento climatico

Il Consiglio comunale di Amsterdam ha votato a favore del divieto di pubblicizzare carne e prodotti legati ai combustibili fossili. Un momento importante, che segna un passaggio definitivo nella storia della politica urbana. Per la prima volta una capitale ha deciso di prendere una posizione effettiva, sfidando il potere economico.

Il provvedimento entrerà in vigore a partire dal 1 maggio 2026 e riguarderà cartelloni pubblicitari, schermi digitali, fermate degli autobus, aree pubbliche. La proposta è stata avanzata in Consiglio comunale dal Partito per gli animali. Un’idea che ha trovato il consenso di 27 consiglieri su 45.

La potenza e la chiarezza del messaggio

Il messaggio è ben chiaro: non si può più parlare di crisi climatica senza agire. La capitale olandese ha risposto con un’azione concreta, sottolineando la volontà di ridurre le emissioni climalteranti. La pubblicità, in particolar modo quella diffusa negli spazi pubblici, ha un impatto notevole sulla popolazione, influenzandone le abitudini alimentari. La scelta si inserisce in una strategia ben più ampia, che mira a limitare i danni climatici. Amsterdam ha un ambizioso obiettivo prefissato: nel 2050 seguire una dieta composta dal 50% da alimenti di origine animale.

Una scelta non seguita dalla politica nazionale

La decisione adottata dalla capitale olandese non rimarca le scelte compiute dalla politica nazionale, anzi. Il governo olandese non sembra disposto a sposare provvedimenti di questo tipo. Sebbene anche altre città, come L’Aia, Haarlem, Utrecht e Delft abbiamo già adottato politiche simili. Nello specifico Haarlem è stata la prima città al mondo a vietare la pubblicità della carne sul territorio urbano già nel 2022.

Sebbene il governo, come confermato dalle parole della ministra del Clima Sophie Hermans, sia pronto per una vera e propria svolta green, la capitale olandese ha dimostrato di essere disposta a seguire le scelte eco-sostenibili delle altre città.