Da domani, 24 marzo 2026 le aziende italiane devono affrontare un cambio di passo radicale nella comunicazione ambientale: entra in vigore il decreto attuativo del D.Lgs. 30/2026, che disciplina in modo molto più rigido le cosiddette “asserzioni ambientali” inserite su prodotti, imballaggi, siti web e campagne pubblicitarie.
In pratica, ogni dichiarazione “green” – dal logo “eco‑friendly” al claim “neutro per il clima” – deve essere supportata da dati verificabili e documentazione chiara, con il rischio di sanzioni pesanti in caso di abuso.
Per il consumatore, questa è una buona notizia: riduce il margine di greenwashing volontario o involontario, rendendo più credibili le etichette e le promesse di sostenibilità. Il decreto introduce criteri stringenti su come le aziende devono misurare, dichiarare e verificare gli impatti ambientali, spingendo le imprese a investire in certificazioni, analisi del ciclo di vita (LCA) e reportistica ESG più trasparente.
Per le aziende, il nuovo quadro impone un lavoro di revisione totale: marketing, R&D, comunicazione e compliance devono dialogare molto più strettamente per evitare claim generici o fuorvianti. Inoltre, l’onda lunga dell’aggiornamento degli obblighi di reporting ESG a livello europeo (in vigore dal 18 marzo) rafforza questa tendenza, trasformando la sostenibilità in un fattore di reputazione e di accesso ai mercati finanziari. In sintesi, il nuovo decreto anti‑greenwashing segna una tappa chiave: la sostenibilità non è più solo una “storytelling”, ma una responsabilità misurabile e controllabile.
