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Transizione energetica: non è finita, ha solo cambiato priorità

La transizione energetica non è morta. Si sta solo riscrivendo attorno a chi paga le infrastrutture, chi le gestisce e chi mantiene l'offerta stabile mentre il sistema assorbe shock su shock.

Per anni la sostenibilità ha dominato l’agenda energetica globale. Oggi quella gerarchia si è capovolta, ma — e questo è il punto cruciale — la direzione di marcia non è cambiata.

Lo sostiene Nicholas Britz, del Cross-Asset Research & Sustainable Investment Group di TCW, in una recente analisi che ridisegna la mappa della transizione energetica.

Sicurezza prima di tutto

Fino a qualche anno fa, i governi potevano permettersi di mettere la sostenibilità al primo posto perché gas economico, rotte marittime stabili e catene di fornitura globali rendevano sicurezza e accessibilità problemi quasi risolti. Oggi non è più così. Gli shock geopolitici, l’inflazione energetica e la fragilità delle supply chain hanno imposto un cambio d’ordine: prima la sicurezza degli approvvigionamenti, poi la convenienza per famiglie e imprese, infine la sostenibilità ambientale.

Questo non significa che la transizione verde sia in pericolo. Significa che si sta finanziando con argomenti diversi.

Il paradosso produttivo

Qui emerge il punto più interessante dell’analisi TCW: la nuova agenda orientata alla sicurezza sta finanziando esattamente quegli investimenti di cui la decarbonizzazione aveva bisogno da tempo — reti elettriche, trasmissione, manifattura locale, sostituzione delle importazioni con capacità produttive domestiche. In altre parole, la transizione energetica potrebbe avanzare più rapidamente sotto un regime di sicurezza nazionale che attraverso le sole politiche climatiche.

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Una domanda che non aspetta

Il contesto di fondo è chiaro: secondo diverse stime, il consumo globale di energia crescerà di circa il 40% entro il 2050, spinto dall’elettrificazione industriale, dal riscaldamento e dalla potenza computazionale legata all’intelligenza artificiale. Per soddisfare questa domanda sarà necessario costruire, nei prossimi 25 anni, tanta infrastruttura energetica quanta quella oggi esistente in Europa e Nord America messa insieme.

Il vero collo di bottiglia non è la capacità di generare energia, ma quella di distribuirla. E su questo fronte ogni grande blocco geopolitico si sta muovendo in ordine sparso: gli USA espandono gas e nucleare mentre stringono i commerci; l’Europa rivaluta il nucleare dopo anni di opposizione; la Cina domina nel solare, nel nucleare e nei minerali critici; i paesi del Golfo diversificano le rotte per restare fornitori affidabili.

Cosa significa per chi investe nel green

TCW individua tre lezioni pratiche. Rinnovabili, gas, nucleare e reti cresceranno tutti insieme: puntare solo sui vincitori del passato significa perdere quote di crescita significative. La selettività batte l’esposizione generica: in settori regolamentati e capital-intensive i fondamentali variano molto da un’azienda all’altra. Infine, i veri rendimenti si concentreranno sui colli di bottiglia distributivi, dove pricing power e valore a lungo termine tendono a cristallizzarsi.

La transizione energetica non è morta. Si sta solo riscrivendo attorno a chi paga le infrastrutture, chi le gestisce e chi mantiene l’offerta stabile mentre il sistema assorbe shock su shock.

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