C’è una parola che sta diventando onnipresente nei bilanci di sostenibilità delle grandi aziende agroalimentari e nei documenti di policy dell’Unione europea: rigenerativo.
Suona bene, evoca immagini di terra viva, radici profonde, ecosistemi in ripresa. Ma cosa c’è davvero dietro questa etichetta? Spesso meno di quanto si pensi — e qualcuno ha deciso di dirlo ad alta voce.
IFOAM Organics Europe, insieme a organizzazioni agricole, ONG ambientaliste e rappresentanti della società civile, ha firmato una dichiarazione congiunta che lancia un allarme preciso: il termine “agricoltura rigenerativa”, usato senza criteri chiari, rischia di diventare il nuovo strumento del greenwashing nel settore primario.
Il problema non è la parola in sé, ma la sua vaghezza.
Sotto l’ombrello del “rigenerativo” possono tranquillamente rifugiarsi sistemi produttivi che continuano a fare largo uso di pesticidi e fertilizzanti di sintesi, adottando solo qualche misura ambientale di facciata.
Il risultato? Queste pratiche vengono commercializzate e comunicate come sostenibili, sottraendo attenzione, risorse pubbliche e riconoscimento di mercato a chi invece lavora davvero in modo diverso.
A pagare il prezzo più alto sarebbero gli agricoltori biologici e agroecologici, che da decenni applicano principi concreti di rigenerazione del suolo, tutela della biodiversità e riduzione degli input chimici — non come narrazione di marketing, ma come obbligo normativo verificabile. Jan Plagge, presidente di IFOAM Organics Europe, è esplicito: il rischio è penalizzare chi investe davvero nel cambiamento e, allo stesso tempo, erodere la fiducia dei consumatori, già chiamati ogni giorno a orientarsi in un mercato sempre più affollato di claim ambientali.
Il direttore Eduardo Cuoco aggiunge un punto fondamentale: la questione non riguarda la terminologia, ma la capacità dei mercati e delle politiche di premiare trasformazioni reali. I sistemi biologici e agroecologici offrono già percorsi credibili e verificabili verso una vera transizione alimentare. Non dovrebbero essere indeboliti da concetti nebulosi che permettono di ribattezzare come “innovazione sostenibile” quello che è, semplicemente, il business as usual.
L’appello di IFOAM è diretto ai legislatori e agli operatori economici europei: costruire politiche di sostenibilità su criteri misurabili, standard rigorosi e interesse pubblico. Perché il futuro dell’agricoltura sostenibile si costruisce con i fatti, non con gli slogan.
Fonte: Italia Bio
