Mettere un alveare sul tetto dell’ufficio e pubblicarlo sui social come gesto per la biodiversità. Sponsorizzare campagne di sensibilizzazione sulle api mellifere in nome della natura. Queste azioni, sempre più diffuse nel mondo corporate, nascondono spesso un problema serio: il beewashing.
Il termine, entrato nel vocabolario scientifico nel 2015, indica quelle iniziative che si presentano come azioni di tutela degli impollinatori e della biodiversità ma che, nella sostanza, non producono alcun impatto ecologico reale. A lanciare l’allarme in Italia è Rete Clima, ente tecnico attivo dal 2011 nello sviluppo di progetti ESG e di tutela della biodiversità.
Api domestiche ≠ biodiversità
Il punto di partenza è una distinzione che spesso sfugge al grande pubblico: le api mellifere (Apis mellifera) sono una specie allevata e gestita dall’uomo, fondamentale per la produzione del miele e per l’impollinazione delle colture agricole. Ma nel pianeta esistono oltre 20.000 specie di api e più di 200.000 specie di impollinatori selvatici. Sono questi ultimi i veri protagonisti dell’impollinazione naturale e i principali indicatori della salute degli ecosistemi.
Trattare l’ape domestica come simbolo e strumento della salvaguardia della biodiversità è quindi una semplificazione che rischia di distorcere l’attenzione — e le risorse — verso soluzioni parziali.
I rischi nascosti di troppi alveari
La diffusione massiccia di arnie non è neutrale per l’ambiente. La ricerca scientifica ha documentato due fenomeni preoccupanti: il primo è lo spillover di patogeni, ossia la trasmissione di agenti patogeni dalle api domestiche alle specie selvatiche. Il secondo è la competizione per le risorse floreali: in aree con elevata concentrazione di alveari e habitat limitati, le api mellifere possono sottrarre nettare e polline agli impollinatori selvatici già in difficoltà.
Cosa serve davvero
«Il punto centrale non è aumentare il numero di alveari, ma migliorare le condizioni ecologiche che consentono alle diverse specie di vivere e prosperare», spiega Paolo Viganò, Fondatore di Rete Clima. La biodiversità, in quest’ottica, non è solo un obiettivo di conservazione: è una vera infrastruttura naturale, essenziale per la resilienza degli ecosistemi e per la sicurezza alimentare.
Gli interventi che fanno la differenza sono altri: la tutela e la rigenerazione degli habitat, la diversificazione degli ecosistemi, la riduzione delle pressioni ambientali. Azioni meno fotogeniche di un alveare sul tetto, ma molto più efficaci.
Un tema che riguarda le imprese
Il beewashing ha anche una ricaduta reputazionale. In un contesto in cui i criteri ESG pesano sempre di più nelle valutazioni degli investitori, la credibilità delle iniziative ambientali dipende dalla loro solidità scientifica e dalla misurabilità degli impatti. Presentare un’azione simbolica come una strategia di conservazione della natura non è solo inefficace: può diventare un rischio.
La sostenibilità vera, ricorda Rete Clima, si costruisce con interventi coerenti, olistici e integrati — non con le buone intenzioni.
