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Stop al fast fashion: l’Ue vieta all’aziende di distruggere i vestiti nuovi invenduti

Fast fashion

Credits foto Pexels

Il fast fashion è fra le principali cause di inquinamento ambientale. La riduzione degli sprechi aiuterebbe a diminuire l’impatto ambientale.

Lo shopping è uno dei più grandi piaceri della vita. Acquistare capi d’abbigliamento ed accessori è una sensazione che trasmette gioia ed emozioni positive. Tuttavia nel momento in cui si sceglie di comprare un determinato indumento bisognerebbe dapprima porsi alcune domande. Lo shopping non dovrebbe mai essere legato alle tendenze del momento, e men che meno al fast fashion. Acquistare abiti di qualità e di ottima fattura è un investimento che dura nel tempo; acquistare vestiti o accessori a prezzi bassi ma di scarsa qualità non è la scelta vincente.

I danni del fast fashion

C’è il fast fashion? Moda veloce, a basso costo, destinata a non durare nel tempo. Capi d’abbigliamento realizzati seguendo le tendenze e con materiali scadenti. Sono tanti i brand e le catene di negozi di abbigliamento che optano per una politica dei prezzi bassa, realizzando indumenti di pessima fattura. L’acquirente, spinto dal desiderio irrefrenabile di avere in armadio il capo del momento, acquista senza riflettere e senza interrogarsi sulla reale utilità di quel prodotto.

Lo shopping dovrebbe essere fatto lentamente e con consapevolezza. Così come gli indumenti dovrebbero essere realizzati con cura ed attenzione. La moda richiede tempo, e per questo motivo la locuzione”fast fashion” non dovrebbe essere contemplata in un settore in cui la velocità non è certo un fattore positivo.

I vestiti invenduti

Il fast fashion non è un problema che riguarda solo la merce venduta, che dopo tempo finisce nei cassonetti perché non più di tendenza o magari già lisa. Il problema risiede nella quantità di merce invenduta, che viene eliminata prima ancora di raggiungere il consumatore. Ogni capo distrutto, però, è stato realizzato utilizzando acqua, energia e materie prime. Sprecando un indumento si sprecano in primis risorse naturali che non sono inesauribili.

Il fenomeno dipende dalla sovrapproduzione tipica del fast fashion, in cui vengono realizzati troppi capi, che non sempre riescono ad essere venduti. In Germania, ad esempio, la merce resa online non viene rimessa in vendita.

l nuove regole dell’Ue

La crisi climatica richiede un cambiamento di rotta, in cui gli sprechi delle risorse naturali devono essere limitati. Dunque in un’ottica di riduzione dello spreco e delle emissioni di C02, il fast fashion viene visto come un qualcosa da combattere.

L’Ue ha scelto di introdurre delle misure che possano in qualche modo invertire la tendenza. Dal 19 luglio 2026 le aziende di moda operanti in Europa non potranno più distruggere capi, accessori e calzature invendute. Solo in caso di merce danneggiata o altri casi specifici sarà concessa la demolizione dei prodotti.

Inoltre sarà introdotto l’obbligo di trasparenza: le aziende saranno tenute a comunicare la quantità di beni invenduti destinata alla distruzione.

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